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Sistemi di pregiudizio PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione S.S.d.S.   
mercoledì 19 settembre 2007

Ad accentuare questo stato di malessere, che si traduce nel rifiuto o nell'emarginazione di chi appartiene ad altre etnie e culture, concorre, in misura determinante, l'esistenza di sistemi di pregiudizio, che hanno ascendenze storico-sociali remote e che si sono sedimentati nel profondo delle coscienze dando vita a processi mentali e a strutture comportamentali.

Le difficoltà di incontro e di dialogo tra culture diverse non sono addebitabili soltanto alla cattiva volontà dei singoli, ma vanno fatte risalire a fenomeni più complessi tanto di ordine strutturale che culturale. Discriminazione e razzismo sono, in ultima analisi, riconducibili alla persistenza del pregiudizio etnocentrico.

L’Occidente ha infatti a lungo coltivato la pretesa che la propria cultura fosse l'unica vera e che perciò la visione del mondo e dell'uomo in essa contenuta dovesse ritenersi la migliore. È questa la ragione che induce a considerare le altre culture come subculture, il cui livello di civiltà viene giudicato in base a parametri di valore desunti dal modello occidentale. La contrapposizione tra "noi" e "gli altri", che spesso affiora nel nostro modo di pensare e persino nel nostro linguaggio, rivela l'esistenza di questo atteggiamento di fondo. E’ infatti contrapposizione tra evoluzione e arretratezza – si pensi allo stesso uso che si fa della categoria "popoli primitivi" - tra civiltà e inciviltà.

Non è facile individuare le cause che hanno determinato l'insorgere di tale mentalità, dovendo fare i conti con uno spettro vasto e variegato di fattori di diversa natura. L’egemonia dell'Occidente è venuta costruendosi attraverso una serie di tappe che hanno gradualmente ampliato l'area della dipendenza. Le conquiste politiche messe in atto sono sempre state guidate dalla presunzione di un'azione civilizzatrice. Il mondo greco-romano si è anzitutto costituito su queste basi. L’allargamento del potere all'intera area del Mediterraneo e l'occupazione dei territori nordeuropei venivano infatti concepiti come sconfessione della barbarie. Lo stretto intreccio tra cristianesimo e cultura occidentale, definitivamente sancito dalla pace costantiniana, ha concorso a rafforzare ulteriormente questa pretesa.
La stessa guerra offensiva viene legittimata come via necessaria per diffondere la religione e la civiltà. Il fenomeno delle crociate riveste un duplice significato religioso e politico: la guerra santa è guerra di civilizzazione. All'occidentalizzazione del cristianesimo corrisponde pertanto una cristianizzazione della cultura, che accentua la convinzione della supremazia occidentale. Il messaggio cristiano perde i suoi connotati universalistici e finisce talvolta per essere utilizzato come strumento di vera e propria discriminazione culturale. La conferma di questo assunto è data dalle conquiste coloniali intraprese dall'Occidente, a partire dalla fine del XV secolo, nei confronti del "nuovomondo". La scoperta di popoli e di civiltà sconosciute diviene occasione per imporre, spesso con la forza, il modello culturale occidentale. Il genocidio di etnie e di razze perpetrato dai colonizzatori, soprattutto per ragioni economiche e politiche, è giustificato come male necessario per la diffusione della vera religione e della vera civiltà. Gli "altri" – in questo caso le popolazioni appartenenti a mondi del tutto sconosciuti e lontani - sono di fatto ritenuti come sottouomini e il loro modo di pensare e di vivere come sottoculturale.

Ad avvalorare la convinzione della superiorità dell'Occidente hanno inoltre contribuito, in misura determinante, alcuni postulati teorici, frutto di ideologie elaborate dal pensiero occidentale. Lo sviluppo di un modello di razionalità rigida e formale come criterio ultimo di giudizio della realtà porta alla svalutazione di tutto ciò che non è canalizzabile entro la sfera della pura ragione. L'illuminismo, che ha avuto il grande merito di fissare l'attenzione sulla questione della tutela dei diritti umani, non fa eccezione a questo modello; anzi lo enfatizza, giudicando come residuato magico - superstizioso tutto ciò che non rientra entro tale quadro. La tendenza è, ancora una volta, quella di assumere come metro di giudizio il criterio proprio della civiltà occidentale, svalutando conseguentemente tutte le altre espressioni di civiltà. I primi tentativi di classificazione delle differenze esistenti tra le diverse razze avvengono nel segno di questa interpretazione.

Non diversa è la prospettiva secondo la quale si muove l'evoluzionismo scientista. La trasposizione della teoria darwiniana dal piano biologico a quello socio-culturale trasposizione per la quale la società viene concepita come un macrorganismo soggetto alle stesse leggi evolutive dei microrganismi biologici - provoca la distinzione tra popoli evoluti e popoli non-evoluti. Il progresso tecnico diventa così il criterio decisivo di valutazione del livello di civiltà raggiunto, con la conseguente penalizzazione delle culture meno strutturate, che sono automaticamente ritenute come socialmente arretrate.

Questo insieme di processi storico-sociali e di elaborazioni dottrinali spiega l'insorgenza di un'attitudine negativa dell'uomo occidentale verso le altre culture. Il pregiudizio etnocentrico conduce infatti alla preclusione e al disprezzo nei confronti di tutto ciò che non è conforme ai dettami della propria ideologia.

Ma il pregiudizio è anche favorito - e ciò risulta particolarmente vero ai nostri giorni - da motivazioni di carattere psicologico. Il bisogno di certezza spinge a semplificare la realtà, escludendo a priori tutto ciò che risulta estraneo al proprio sistema. Lo stato di insicurezza esistenziale accresce la paura della perdita dell'identità e determina l'insorgenza di forti meccanismi di difesa. In una società che si universalizza con una rapidità eccessiva, la tentazione è di pensare che la tutela della propria diversità si possa realizzare solo in una prospettiva di contrapposizione. Il "diverso" viene automaticamente percepito come "nemico". Ciò vale soprattutto in riferimento a figure che incarnano, nell'immaginario collettivo, la tipologia dell'avversario religioso e razziale. L'extracomunitario rischia di rientrare in questo cliché; egli rievoca infatti il tradizionale archetipo del "moro" - cioè del "nero" e del "musulmano" - che è la cifra del diverso da combattere, in quanto causa di tutte le disavventure dell'Occidente.

È dunque fuori discussione l'esistenza di "strutture di pregiudizio" che condizionano pesantemente - agendo talora a livello inconscio - le nostre reazioni e i nostri comportamenti. Il riconoscimento della loro realtà e la consapevolezza del loro radicamento ancestrale è infatti la premessa necessaria per operare nella direzione del loro doveroso superamento.

 

Ultimo aggiornamento ( sabato 05 gennaio 2008 )
 
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